SARAH DAVACHI / LA DIVINA ARMONIA / ARS DISCANTICA

INNER_SPACES PRIMAVERA 2026 - RIVERBERI IN RISONANZA

Lunedì, 23 Marzo

h.20.30 Chiesa di San Fedele

CONCERTO

Miserere mei, Deus
Sacra rappresentazione

Musiche di:
Michel Richard Delalande
Sarah Davachi
Giovanni Felice Sances
Ars Discantica

La Divina Armonia ensemble
Monica Piccinini, soprano
Noelia Reverte Reche, viola da gamba
Sofia Paoli, Irene Petrali, Angela Sfolcini, coro
Lorenzo Ghielmi, organo e direzione musicale

Sarah Davachi, organo e live electron ics

Ars Discantica, elettroncia


PROGRAMMA

1) MISERERE

Ars Discantica
Introitus I per il Miserere, elettronica

Michel Richard Delalande (1657-1726)
Miserere mei, Deus (1706)
soprano, coro e basso continuo

Sarah Davachi
Miserere Omnium,(première)
organo e live electronics

2) STABAT MATER

Ars Discantica
Introitus II per lo Stabat Mater, elettronica

Giovanni Felice Sances (1600-1679)
Stabat Mater
soprano, e basso continuo

 

APPROFONDIMENTI

Al cuore della programmazione primaverile di Inner_Spaces, una sacra rappresentazione con il titolo evocativo Miserere mei, Deus, tratto dal Salmo n. 50, una grande e accorata preghiera per ottenere da Dio misericordia, tipica del tempo quaresimale, in cui domina il tema della riconciliazione e della conversione. Molti compositori di diverse epoche hanno lasciato pagine indimenticabili per mettere in musica il Miserere, tra cui Gregorio Alegri, Jan Dismas Zelenka, Pergolesi, Arvo Pärt e Michel Richard Delalande.
Una sacra rappresentazione in due parti precedute ognuna da un introitus: Miserere e Stabat Mater. Un itinerario musicale che va dal ritorno in sé per riconoscere in Dio la forza liberatrice dalla colpa fino alla scena della Pietà michelangiolesca, con la Madre addolorata che accoglie nelle sue braccia il corpo di Gesù morto e deposto dalla croce. Un percorso contemplativo, attraverso il linguaggio musicale, per entrare nell’ascolto della supplica dell’orante e del pianto doloroso per la morte del Salvatore. Una musica che esplora e si addentra nel mistero dell’uomo e il mistero di Dio.

Il Salmo 50 è la preghiera che il re Davide rivolge a Dio per ottenere il suo perdono, in seguito alla vicenda drammatica che lo conduce all’adulterio con Betsabea e all’uccisione del marito della donna e suo fedele ufficiale, Uria l’Ittita. Davide riconosce il suo peccato che gli sta sempre davanti ed entra in un profondo pentimento, sperando nel perdono di Dio, perché è cosciente che solo da Lui potrà esserne lavato, purificato e rinnovato.
Il Miserere mei, Deus di Michel Richard Delalande è uno dei vertici della musica sacra barocca: ogni parola del Salmo 50 trova una corrispondenza musicale scolpita con straordinaria forza drammatica.
L’artista utilizza la vocalità raffinata e altamente espressiva della sua epoca. La musica vocale francese nel regno di Luigi XIV nasce da un’idea molto precisa: la voce non deve mai perdere il contatto con la parola. Tutto – emissione, fraseggio, ornamentazione – è costruito per far sì che il testo rimanga intelligibile e che la linea melodica non diventi mai autonoma come accade nel canto italiano. Il timbro è diritto, quasi privo di vibrato, perché la vibrazione continua era considerata un difetto, un segno di instabilità. La voce deve essere chiara, luminosa, proiettata in avanti, con un’emissione che non cerca la rotondità ma la nitidezza. La prosodia francese, con il suo accento finale e le sue vocali chiuse, impone un fraseggio breve, scolpito, più vicino alla declamazione che al canto lirico. La linea melodica non si distende mai in grandi arcate: procede per piccoli segmenti, modellati sul testo, con un controllo costante dell’articolazione. È una vocalità che rifiuta l’esibizione, la potenza, il virtuosismo: tutto è misura, controllo, eleganza.
L’altro elemento decisivo è l’uso degli ornamenti (agréments), che non sono improvvisati ma segni codificati, parte integrante della scrittura. Il tremblement, il port de voix, il pincé, il tour de gosier non servono a decorare, ma a dare vita a una linea che altrimenti sarebbe troppo nuda. Sono brevi, precisi, obbligatori nei punti stabiliti dalla prassi, e devono essere eseguiti con una rapidità e una nettezza che richiedono una tecnica molto diversa da quella italiana. È una vocalità che non punta al pathos, ma alla nobiltà del gesto; non alla potenza, ma alla precisione; non alla seduzione melodica, ma alla verità della parola.
Il salmo 50 comporta venti versetti. Delalande, nella successione dei versetti, alterna solista e coro a tre voci in un modo molto contrastato. Infatti, i versetti con soprano presentano un linguaggio musicale in continua evoluzione e movimento interiore, mentre i versetti del coro seguono una forma omogenea e statica, costruita su una progressione armonica estremamente stabile, che ruota attorno ai principali gradi dell’armonia (centro tonale, dominante, ritorno al centro, passaggio al II grado, dominante, centro). Il soprano solista accompagnato dal basso continuo sperimenta a ogni nuovo versetto una modalità musicale differente, esplorando nuove tensioni drammatiche attraverso l’uso delle forme espressive conosciute all’epoca, con un’aderenza al testo difficilmente uguagliabile. In ciascun versetto si rinnova così una sorprendente invenzione musicale, sempre diversa e sempre perfettamente calibrata sul senso delle parole.

Al centro del programma, in una posizione di snodo e di apertura verso altre dimensioni sonore, si colloca l’intervento di Sarah Davachi, compositrice e performer canadese tra le più significative della scena elettroacustica contemporanea e strumentale. Davachi proporrà una performance dal titolo Miserere Omnium di circa 40 minuti all’organo positivo Tamburini, arricchita da campionamenti elettronici tratti da una registrazione precedente per organo. Il suo lavoro si distingue per un approccio contemplativo al suono, basato sulla lentezza, sulla microvariazione e sulla stratificazione timbrica. In questo contesto, l’organo non è solo strumento liturgico, ma diventa sorgente di risonanze, di memoria e di trasformazione.
La performance di Davachi si sviluppa come un continuum sonoro, in cui le frequenze si espandono e si dissolvono nello spazio della chiesa, dialogando con la sua architettura e con la memoria acustica dei brani precedenti. I campionamenti elettronici, integrati con grande discrezione, non interrompono il flusso, ma lo amplificano, creando una sorta di eco interiore che rimanda alla dimensione spirituale della serata. Il suo intervento non è una parentesi, ma una meditazione sonora che prepara il terreno per il brano conclusivo.

Un secondo brano elettronico di Ars Discantica, Introitus II, fa da tramite alla parte finale della sacra rappresentazione che propone lo Stabat Mater dolorosa di Giovanni Felice Sances per voce solista e basso continuo. L’opera appartiene alla stagione in cui la monodia italiana, uscita dalla rivoluzione monteverdiana, trova nel lamento la sua forma più intensa e riconoscibile. Sances prende il testo medievale dello Stabat Mater e lo colloca in un linguaggio espressivo di grande concentrazione emotiva: un monologo sacro costruito quasi interamente sopra un basso ostinato cromatico discendente, il classico tetrachordo del lamento, che qui non è un semplice espediente retorico ma la vera architettura del pezzo. L’ostinato ritorna identico per quasi tutta la durata della composizione, creando uno spazio armonico stabile e ineluttabile, entro il quale la voce si muove con una libertà solo apparente.
Ogni frase vocale nasce dalla tensione tra la linea melodica e la discesa inesorabile del basso: la voce tenta continuamente di elevarsi, di aprire uno spiraglio, ma viene sempre riportata verso il basso, verso la gravità del dolore. È una struttura che non concede vie di fuga, e che fa dello Stabat Mater un lamento sacro nel senso più profondo del termine.
Il testo, uno dei vertici della poesia liturgica medievale, mette al centro la Madre di Dio davanti al Figlio crocifisso. La musica di Sances sembra aderire a questa teologia mariana: la voce sola diventa la voce di Maria, sospesa tra contemplazione e strazio, mentre il basso ostinato è il peso della morte del Figlio, immobile, inevitabile, come un blocco di marmo. L’intera composizione può essere letta come una meditazione sonora sulla Pietà: la madre che sostiene il corpo del Figlio, immagine che attraversa secoli di arte cristiana e trova nella scultura di Michelangelo una delle sue formulazioni più alte.
La scrittura vocale è quella della monodia italiana degli anni Quaranta del Seicento: una declamazione flessibile, modellata sulla parola, che alterna momenti quasi parlati a brevi aperture cantabili. Non c’è virtuosismo, non c’è esibizione: gli ornamenti sono quelli della prassi italiana, improvvisati, brevi, funzionali all’affetto. La voce deve mantenere una linea calda, espressiva, con un vibrato naturale ma controllato, capace di sfruttare le dissonanze create dal basso cromatico per intensificare le parole più dure del testo.
Il risultato è una musica che non cerca la monumentalità né la retorica cerimoniale: è un lamento intimo, concentrato, in cui la forza emotiva nasce dalla ripetizione del basso e dalla capacità della voce di trasformare quella ripetizione in un percorso affettivo e spirituale. Lo Stabat Mater di Sances è uno dei primi esempi in cui la retorica del lamento profano viene trasferita integralmente in un testo sacro, senza attenuarne la tensione. È una pagina che vive nella sua nudità: una voce sola, un basso che non cambia, e un dolore che non trova risoluzione.