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14/01/2019

h.21 Concerto, Auditorium San Fedele

 

Philip Jeck
Live

Ozmotic
Live

 
Interpretazione acusmatica: Giovanni Cospito

Ingegnere del suono: Filippo Berbenni

 

Per il primo appuntamento del 2019 con la rassegna INNER_SPACES torna a Milano il sound artist inglese Philip Jeck, classe 1952, precursore della turntable music in ambito sperimentale e nome storico dell’etichetta inglese Touch. La sua poetica si basa sull’utilizzo di vecchi dischi in vinile, mixati tra loro per creare originali composizioni dal tono malinconico ed elegiaco. Alle prese con l’Acusmonium Sator, il sistema audio spazializzato di San Fedele, il veterano inglese proporrà una performance, come di consueto nella sua carriera, trasversale e adatta a numerose chiavi di lettura, da quella squisitamente sonora ad altre che intersecano percorsi tecnici, storici e filosofici. L’equipaggiamento strumentale quasi interamente analogico di Philip Jeck si compone di due piccoli giradischi anni Sessanta, una tastiera Casio SK1 a bassa frequenza di campionamento, un lettore minidisc, un mixer e due pedali di effetti Sony di prima generazione.
Musicista visionario, video-artista innamoratosi del suono, sperimentatore imprevedibile in grado di cercare e trovare musica in qualsiasi fonte sonora, Philip Jeck è uno degli storici pionieri dell’arte del suono. Dopo anni trascorsi a esplorare registratori audio e congegni elettronici, la prima fase della sua carriera è in gran parte dedicata al dialogo tra musica e arti visive, sotto forma di colonne sonore, library music e, soprattutto composizioni per il teatro sperimentale, per compagnie quali Anatomy Performance Co., Yolande Snaith Theatre-dance, Movie’n’Opera. Risale al 1993 la sua performance più nota, “Vinyl Requiem”, elaborata al fianco di Lol Sargent e capofila dei suoi celebri lavori per turntables, che gli permette di vincere il Time Out Performance Award per la migliore performance dell’anno, primo di una lunga serie di premi che gli saranno riconosciuti negli anni a venire. Qui si apre la seconda fase della sua carriera, in gran parte legata al marchio discografico Touch, per il quale firma una serie di album dai gusti stilistici variegati ed imprevedibili: “Surf” (1999), “Stoke” (2002), “Sand” (2008) e “An Arc For The Listener” (2010), tutti usciti per l’etichetta di Jon Wozencroft, sono le più efficaci dimostrazioni della sua ricerca specificamente musicale, alla quale appartengono anche le collaborazioni con sound artist come Jakob Kirkegaard e Janek Schaefer. Parallelamente, Jeck ha proseguito ad incrementare la propria fama di performer, grazie soprattutto alla serie “Vinyl Coda”, evoluzione di “Vinyl Requiem” con cui oggi è pronto ad affascinare nuovamente il pubblico italiano. In diverse interviste, Philip Jeck ha affermato l’importanza che il film Solaris di Tarkovskij ha avuto nell’elaborazione del proprio universo sonoro.

In apertura il duo Ozmotic (Simone Bosco e Riccardo Giovinetto), primo progetto italiano a far parte del catalogo principale di Touch. Il recente album “Elusive Balance” esplora possibili contaminazioni tra glitch, minimal-techno e jazz contemporaneo, compendiati in un raffinato e onirico design sonoro dal fragile equilibrio. Il tentativo dei due sound artist è quello di conciliare gli opposti – tipicamente, sorgenti acustiche ed elettroniche –, quasi forzarli entro una struttura compositiva per essi studiata e approntata. Ma laddove taluni cercherebbero un contrasto violento e scientemente insanabile, Ozmotic opera una giustapposizione cauta e interstiziale, basata su un campionario limitato di elementi posti alternamente in dialogo tra loro. Fra morbide tessiture elettroniche, echi di polifonie rinascimentali e new age, pervasive pulsazioni digitali e frammenti di jazz cameristico memori del marchio ECM, il duo dà forma e sostanza a un “universo elegante” dove micro e macro sono idealmente ricondotti alla medesima essenza materica, scoprendosi complementari e indissolubili contro ogni aspettativa.